Scrivere per un blog, scrivere per un giornale.

Cari lettori,

è passato un mese esatto da quando ho scritto l’ultimo articolo.

Non è che non abbia intercettato storie da raccontare. E’ che non ho avuto voglia proprio di farlo. La poesia mi è davvero mancata, quasi come se quel cigno morto avesse spento anche la mia voce.

Poi sono successe anche altre cose, alcune spiacevoli. Ad esempio, qualcuno, pare con sede a Milano, nelle scorse settimane ha riaperto il giornale per cui scrivevo, e che era stato chiuso nel 2017. La notizia mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno il venerdì precedente il varo da un caro amico, il quale di più non mi ha saputo dire, e anzi credeva potessi dargli io spiegazioni. Sono rimasta pietrificata: non ero a conoscenza dell’operazione, non so assolutamente chi siano i nuovi proprietari – sebbene siano trapelate indiscrezioni su una certa area politica che esultava sulle chat private – né tantomeno conosco la nuova redazione.

Nessuno la conosce, per la verità.

Nessuno dei miei ex colleghi interpellati, e questo è già brutto a pensarsi, peggio che mai a scriversi: di certo, quel presentarsi in continuità nell’editoriale di lancio con quel manipolo di “eroi”, così siamo stati definiti, che ha difeso fino all’ultimo il cartaceo morendo con lui, mi è rimasto a dir poco indigesto.
Nessuno di noi, che io sappia, ha passato il testimone, o comunque è stato interpellato per farlo.

Tutti noi, chi più chi meno, nel giro di quattro anni e mezzo, abbiamo intrapreso nuovi cammini, perciò l’arrivo di questa notizia non ci sconvolge di certo l’esistenza: e nonostante questo, sarebbe stata un’operazione gentile, se non doverosa, da parte di chi ha rilevato la testata interpellarci veramente, e non solo per finta, quanto meno per prepararci all’idea che la causa per la quale avevamo dato l’anima, e alcuni di noi ci avevano pure rimesso in salute, era in procinto di riapparire dalle sue ceneri come la Fenice.

E’ per questo che la simpatia che avrei potuto provare per chi all’improvviso aveva tentato di rimettere in piedi qualcosa di perduto è svanita nell’istante in cui personalmente ho letto quelle righe.


“Scriveremo anche per voi”, dicono in maniera ridicolmente lugubre, credendo di fare un omaggio alla redazione che fu, anzi al giornale che fu, evidentemente ormai sorpassato – per loro – nelle impostazioni, impersonando la gioventù che, spavalda, prende le redini della situazione, e lancia in resta cambierà i connotati del giornalismo varesino con un colpo di spugna.

Scusate, cari ragazzi: fermo restando che il requiem lo lascerei ai morti veri, e sappiate che possono esser molto più simpatici dei vivi, il mozzo di quell’equipaggio di marinai indefessi che fingete di avere come auctoritas suprema (e che non abbandonarono la nave che affondava non dico in un’estate dove si era rimasti in pochissimi duri e puri ma neanche a Natale e a Santo Stefano sulle ben chiare battute finali),  vuole dirvi che noi lottammo per salvare almeno la memoria di un giornale vero, che visse a pieni polmoni Varese e diede voce alle storie che gli altri non vedevano.

Quel mozzo non è disposto a far passare l’idea che il giornalismo si faccia dal divano di casa, campando a comunicati stampa a distanza di sicurezza dal mondo che si pretenderebbe di descrivere, magari aspettando il cenno superiore di quelli che preferiscono per ora non far sapere che sono loro la regia del tutto.

Magari è la vostra idea di giornalismo, questa.
La nostra non lo fu e non lo è di certo. Quindi, se potete, evitate di ricordare coram populo che “la Provincia è tornata”. Ché magari qualcuno crede che voi siate noi, e ci facciamo pure la figura di quelli che non sanno più nemmeno cos’è un giornale.

(post scriptum: e non basta comprarsi il pacchetto completo dei social con i like che furono i nostri, per identificarvi automaticamente con noi).

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