Il bel tempo è arrivato: è ora di salvare il Castello

un fiore di campo in primo piano sul secentesco Palazzo Biumi, aprile 2022

C’è sempre un fiore per ogni storia.

Sul Castello di Belforte ho scritto e lavorato tanto: credo, senza nulla togliere ai molti colleghi che se ne sono variamente interessati, di essere la giornalista che più se ne è occupata negli ultimi anni, riempiendo pagine di giornale, realizzando video informativi sul campo per i social – mio è il Bollettino di Belforte su Facebook – e anche attraverso l’organizzazione di un convegno dedicato, nel 2017, Voci dal Castello. Del resto io coltivo un legame atavico con la storia della mia gente: io sono belfortese, benché di molte meno generazioni di chi possa vantare la presenza della sua famiglia in uno status animarum cinquecentesco: ma il radicamento in un popolo e nella sua terra non dovrebbe essere valutato dal numero di anelli dell’albero genealogico, bensì dalle radici e nelle ramificazioni della pianta, ovvero nella sua capacità di legarsi a quella terra e a quella gente e produrre nuovo nutrimento per lei.

Ogni giorno io passo dal Castello. Immancabilmente, che sia al mattino prima o dopo il lavoro e le commissioni, che sia al pomeriggio o alla sera, vado a portargli un saluto. Abito sulla direttrice che collega le scuole al vecchio maniero, e non mi costa una grande fatica essere presente: e però è una presenza di cuore, prima ancora che corporea. E’ un pensiero costante e fedele, che so essere proprio di molti altri belfortesi: il Castello, benché in rovina da decenni, è un’icona che ci rappresenta, un baluardo cui ci aggrappiamo per rivendicare la nostra identità, un monumento totemico cui rivolgiamo le nostre devozioni di gente fiera e anche un po’ selvatica, spesso con il sentimento di essere dimenticati dai grandi progetti di chi ci amministra, rivolti sempre verso cose e vissuti più importanti, più da salotto buono insomma: quel salotto buono al quale, pur essendo la vocazione culturale piccolo borghese della Città Giardino – diciamoci la verità – Belforte non si è proprio mai adeguata, tagliandosi via una buona fetta di possibilità di varia natura, e dovendosi di conseguenza sempre accontentare di qualche remasucc elargito con significativo e ostentato sforzo.

E’ così che, quando il 9 di febbraio ho ricevuto la fausta notizia dei finanziamenti dal Ministero dalla persona medesima del Sindaco, sono rimasta un po’ stordita. 5 milioni di euro da destinarsi al recupero del maniero di federiciana memoria, benché detta memoria, opportunamente scavata – da Galvano Fiamma in poi, Belforte è stato materia per tutti i cronisti presforzeschi, sforzeschi e post sforzeschi di grido – ci riporti ben più indietro. Non volendo magari credere del tutto (!) alla leggenda della fondazione troiana dell’eroe Belforte (effettivamente di sapore mistificatorio: ma era un must tardomedievale delle grandi casate di tutt’Europa dai Plantageneti agli Este passando per i Visconti e gli Sforza, appunto, attribuirsi origini troiane: vogliamo mettere gli Orrigoni prima e i Biumi poi da Belfort?), non si negherà certo la parentela del sito con la longobarda Castelseprio, e non certo solo lei. Quindi, una memoria diciamo come minimo millenaria, benché tutto lasci pensare – e quante volte abbiamo chiesto di sorvolare i boschi locali coi droni come fecero appunto a Castelseprio un lustro fa gli studenti archeologi della Cattolica… che la “città perduta” di Belforte citata appunto dai cronachisti milanesi non fosse altro che le vestigia di un castrum molto più esteso delle rovine rimaste a presidio della valle: un castrum longobardo, appunto, risalente come minimo al V secolo.

Se vogliamo dirla tutta, insospettisce e non poco la titolazione a Materno dell’attuale chiesina del Lazzaretto, su cui ricadde però la titolazione di una preesistente chiesa nei dintorni citata dal Liber Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero: c’è chi dice sull’attuale sito del nuovo tempio, e chi invece – come il mio “solito” nume tutelare Leopoldo Giampaolo (in Chiese, conventi ed edifici della vecchia Varese scomparsa, 1981) all’interno delle vestigia del Castello. Tesi che, ovviamente, ho fatto mia da tempo, per tanti motivi che vi racconterò un’altra volta, ma confortata da esperti (come Franco Prevosti, che – presidente della Commissione Cultura all’epoca dei rifacimenti del 2006, per primo assistette al ritrovamento del dipinto della Vergine in trono fra i due Santi, forse Rocco e sicuramente Sebastiano).

Palazzo Biumi al centro, e a sinistra nella foto la porzione medievale da recuperare a parco archeologico

Questa storia è un po’ lunga, e quindi esattamente come le altre andrebbe un po’ diluita.

Sta di fatto che, tornando a quel 9 di febbraio in cui ricevo la notizia dei finanziamenti del ministro Franceschini, è primo pomeriggio, fa freddo e io sto recandomi dal mio amico libraio antiquario Canesi in via Walder (custode di tante confidenze e intuizioni: se volete leggere la sua storia, l’ho scritta su RMFonline qualche tempo fa e la trovate QUI) a recuperare la mia doppia copia del Calandari do ra Famiglia Bosina. Se vi ricordate, quest’anno ho pubblicato la storia parallela a quella di Flora (a proposito: se non ce l’avete, correte da Canesi a comperare il Calandari): la storia del ritrovamento dei primi diari di classe del giovane maestro Leopoldo Giampaolo.
Cito una frase da quell’articolo, che poi spiego. «(…)in suo nome (ossia di Giampaolo) vorrei chiedere all’amministrazione che reggerà Varese fino al 2026 – e sono certa che porterà il segno del mio amico Davide – di tener fede alla promessa fatta intorno al recupero del Castello di Belforte: perché è una promessa fatta anche a colui cui era tanto caro quel San Materno che a Maccagno lo aveva visto nascere. Quel San Materno a sua volta scopritore di reliquie, quelle di San Vittore, su cui si fonda la nostra cara e sacra storia varesina».

Si narra che esista un colloquio di segni con chi ci ha preceduto in un cammino, e che si riconosca la sua carezza in questi segni. Il giorno in cui ritrovavo i diari del futuro vate della storia varesina era una mattina di novembre, il sette per la precisione, e il sette di novembre era – ma lo avrei scoperto poco dopo nel pomeriggio – il giorno in cui aveva dovuto salutare la sua amata Varese per l’ultimo viaggio terreno. Proprio quella mattina di quattro anni or sono, mentre sto avidamente leggendo al freddo dello scantinato fatto archivio e su un banco rotto quei registri impolverati alla luce fioca di una lampadina che si sarebbe fulminata nei mesi successivi, costringendomi a illuminazioni di fortuna (cosa non si fa in nome della ricerca!), mi giunge inatteso un messaggio del Sindaco che suonava più o meno così: “appena fa bel tempo sistemiamo il Castello”.

Ora il bel tempo è arrivato, caro Davide, e la promessa al fondatore della Società Storica Varesina deve essere mantenuta.

Leopoldo Giampaolo, ritratto di Antonio Ricci

Coraggio. E che tutto si disponga in nome di quella gioventù tanto amata dal nostro Maestro, quel nostro Futuro a cui dobbiamo tanto, a cui abbiamo tolto troppo, e che durante i due lunghi e luttuosi anni della pandemia si è voluta assumere il ruolo ideale di paladina di quel Castello alla cui ombra ha giocato per millenni, per resistere al fluire vorticoso del virus della dimenticanza e alla mattanza mediatica degli inutili innocenti.
Lo so, sono pensieri forti, ma doverosi. Tutti dovremmo chiedere scusa ai nostri ragazzini, accusati dai giornali asserviti al mainstream dominante – non posso dimenticarlo! – delle più orribili nefandezze: di essere untori, di portare la morte in casa, della colpa di voler continuare a vivere. E che allora siano loro, che ci hanno insegnato in questi due lunghi anni a sopportare, siano loro a ridisegnare la vocazione del Castrum di Belforte, che tanta dimenticanza e tanto oltraggio ha sopportato nei secoli: distruzioni, e poi rinascite, e poi ancora distruzioni e poi abbandoni. Loro che hanno custodito la voce di ciò che non voleva morire, seminino i fiori del tempo che verrà. Tempore Belforte, citando il titolo di un celebre saggio di Alfredo Lucioni che riprende un indicatore temporale in voga all’epoca del giudicato belfortese del XII secolo. Andrebbe rispolverato.

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