SETTECENTO E CINQUANT’ANNI DI SAN MARTINO IN QUEL DI MALNATE


Martino è un santo che mi sta particolarmente simpatico per tanti motivi: in primis, perché è un santo umile, e quindi per me sta in pole position assieme a Francesco e tutti coloro che assumono quella che io chiamo la prospettiva dei fiori.

Poi è un santo che gode di una particolare venerazione locale: a Varese una delle feste più vivaci e sentite della città (che, diciamocelo, di base non è città particolarmente festaiola, a parte felici eccezioni) è proprio nel tempo di San Martino, intorno alla contrada omonima e alla chiesa che afferiva al convento femminile benedettino sino all’epoca napoleonica, durante la quale venne chiuso. Sentendomi un po’ in colpa per la latitanza di ieri, domenica 10, giorno in cui si concentravano le solennità ufficiali nella bellissima chiesa affrescata da Francesco Maria Bianchi[1] e dal più celebre Pietro Antonio Magatti (ero a Rimini con mio marito, impegnato in un congresso medico-neurochirurgico: vi parlerò presto di questo viaggio meraviglioso), e non potendo passare nemmeno oggi quantomeno in chiesa, stavo per dichiararmi del tutto indegna di scrivere ancora della mia Varese quando mi è venuto in mente di interpellare una persona cara, di cui vi ho già parlato nelle scorse settimane: il professor Renzo Talamona.
Renzo, in pensione da qualche anno dal liceo classico Cairoli, dove insegnava latino e greco, si dedica anima e corpo da decenni alla parallela attività di studioso d’archivio ed è proprio grazie a lui che ho imparato, o meglio rispetto a lui sono davvero ancora umile apprendista, questo nuovo e affascinante mestiere.
Nel 2006, ricordavo bene, ha pubblicato per Macchione Editore, a cura dell’Accademia dei Curiosi, un lavoro sulla storia della chiesa di San Martino di Malnate, che oggi quindi festeggia proprio il suo patrono.
Al telefono mi racconta la genesi del libro e mi legge commosso la dedica che fece a Luisa Zagni, docente di Paleografia e Diplomatica alla Statale di Milano. Non la faccio lunga, ma Luisa, mancata vent’anni or sono, fu mia insegnante; ed è proprio nel suo segno, per una promessa fattale quando ero sua allieva, sono tornata dopo una forte crisi personale (conseguita alla chiusura del giornale ove ero cronista, e poi al periodo del covid) agli studi giovanili. Il tramite, ovviamente, è stato Renzo.

La professoressa Zagni (1948-2004) lavorò appassionatamente molti anni sulle pergamene di San Vittore: ne sortì una maestosa pubblicazione in tre volumi, l’ultimo dei quali purtroppo si chiuse quando l’Autrice non era più[2]. Renzo sottolinea il carattere monografico della propria pubblicazione, che partendo dalle carte della sua cara amica e collega monzese tratteggia il periodo in cui San Martino di Malnate da cappellania diventa rettoria, ossia una sorta di parrocchia dell’epoca con prete fisso: la data cruciale è il 1274, vale a dire esattamente settecento e cinquant’anni or sono.

Renzo, a conclusione di una delle nostre soventi luminose chiacchierate telefoniche, mi confida di amare particolarmente San Martino – nato in Pannonia ma di studi condotti nella Ticinum (Pavia) del IV secolo – per una ragione particolare: «il tentativo disperato di impedire a Massimo, usurpatore di Treviri, di uccidere il vescovo Prisciliano e i suoi seguaci, accusati di eresia». Priscilliano è figura a lui molto cara. Come me anche Renzo si lega particolarmente a nomi e figure storiche non particolarmente note ai più, ma decisamente folgoranti per lo studioso che viene chiamato a raccontarle.


[1] Vedi la voce BIANCHI, Francesco Maria – Enciclopedia – Treccani, a cura di Silvano Colombo.

[2] Di lei la professoressa Maria Franca Baroni scrisse, nella Lettera all’Autrice che accompagna il terzo volume, uscito postumo: «… le pergamene di San Vittore di Varese, che hai sempre considerate come “tue”, delle quali eri giustamente un po’ gelosa, e sulle quali fino all’ultimo hai concentrato i tuoi pensieri e le tue forze».

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