
In foto: Sala degli Svaghi, particolare.
La visita al Castello di Masnago è una tappa doverosa per tutti coloro che coltivano l’arte come terapia dell’anima, ossia tutti quelli che hanno compreso il significato profondo della dimensione artistica, e in particolare, se me lo consentite, per noi donne: e fra poco capirete il perché. Pur essendoci stata diverse volte per lavoro, ai tempi in cui lavoravo al giornale, sabato scorso sentivo l’urgenza per motivi personali di tornarci dopo tanto tempo per rimettermi in colloquio con quelle stanze, con quella struttura, con le opere e gli affreschi contenuti nella vasta complessità dell’edificio che sorge sul colle di Masnago sin dal Medio Evo, immerso nel verde stupefacente del Parco Mantegazza.
Preparatevi idealmente ad una discreta camminata in salita lungo la stradina che sale dall’ingresso dell’ampio (fortunatamente) parcheggio di via Cola di Rienzo, ma vi assicuro che davvero vale la pena di faticare un poco per raggiungere tanta magnificenza, incorniciata da un incantevole tappeto floreale, degno della fama di Città dei Fiori e dei Giardini che sin dalla Belle Epoque – ma evidentemente ben più remota nei suoi fondamenti – si è meritata Varese (e che dovrebbe tornare a coltivare e soprattutto promuovere, detto fra noi).



Non intendo assolutamente essere esaustiva nelle poche righe odierne che dedicherò all’argomento, cui seguiranno – ve lo prometto – altre pagine e altri approfondimenti: semmai, il desiderio è quello di invogliare il lettore ad una visita calibrata, anzi ben più di una visita, come giustamente direbbe il nostro indimenticato Philippe Daverio, che Masnago la frequentava. All’ingresso, quando andrete, soffermatevi sulle due opere che preannunciano le tematiche delle collezioni del museo: saranno infatti il recente (2023) “Incontro con Lucia” di Niccolò Mandelli Contegni, realizzato con i legni del piantone di via Veratti, e il Totem di Vittorio Tavernari, che replica l’opera di via Albuzzi ad accogliervi quali simbolici custodi del percorso. Già che ci siamo, una piccola raccomandazione: non lasciatevi ingannare dalle mie (pessime) fotografie come feci io tempo fa con altre, giacché è davvero necessario mettersi in colloquio personalmente con un’opera per capirla, essere di fronte a lei, parlarle, non basta certo inquadrarla in un articolo, per quanto rispettoso pretenda di essere. E’ questo lo spirito dell’arte, antica, moderna o contemporanea che sia: porsi in ascolto personale, dedicato, simbiotico dell’arte.


Ma entriamo in argumentum. Arte moderna e contemporanea, appunto, ma non spaventatevi: il Castello di Masnago, che fu di proprietà della famiglia Castiglioni- Mantegazza, oltre ad allestire a rotazione mostre intessute sul periodo citato, come quella attualmente in svolgimento intorno alle Virtuose relazioni fra Renato Guttuso, Enrico Baj e Vittorio Tavernari, possiede una particolarissima pinacoteca di opere di autori locali o che hanno ritratto il nostro patrimonio locale, che spazia sui secoli dal Barocco al Novecento. Dal momento che Guttuso & co. (allestita dalla mia amica Serena Contini, che ne ha fatto anche per quest’anno un progetto PCTO coi ragazzi del Cairoli) merita un capitolo a sé, mi limito ad accennarla con uno scatto emblematico, ripromettendomi di parlarvene in un secondo momento.

Perché emblematico proprio questo Guttuso? Perché ripropone il tema del colloquio fra le opere, di cui avevamo ampiamente dissertato a proposito dell’Emiliana, il Pastello Blu di Boldini in esposizione sino al 3 novembre a Barasso. Anche nel caso dell’esposizione di Masnago, il tema è il dialogo nella produzione di un artista e fra un artista e i suoi contemporanei.
Torniamo al nostro Castello. La sede principale dei Musei Civici Varesini (o almeno in degna competizione con Villa Mirabello e speriamo presto anche con una sala restaurata del Castello di Belforte… ), come vi dicevo più sopra, è una fortificazione medievale rimaneggiata nei secoli successivi ed appartenuta alla famiglia Castiglioni sin dall’età gotica. Difatti fu proprio Maria Lampugnani, moglie ed erede di Giovanni Castiglioni, di antica stirpe milanese, a commissionare gli affreschi delle splendide sale del castello, alcune delle quali, restaurate, appaiono in in perfetto stato di conservazione. Era tipico della nobiltà italiana nel XV secolo allestire ambienti con tematiche legate a cicli moraleggianti o di svago: e infatti spiccano nella visita museale le due splendide sale dedicate ai Vizi e alle Virtù e ai Divertimenti: sembra davvero di immergersi in quegli anni in cui si andava costruendo l’Umanesimo ospitando poeti, giullari, artisti, scrittori, storici e studiosi, si acquisivano notizie sempre più serrate sulla riscoperta dei classici, e soprattutto si gettavano le basi per una nuova pedagogia che avrebbe finalmente portato la donna ad essere protagonista della cultura dell’epoca, formata nelle letture e nelle arti come e meglio di un uomo.
Osservate questa rassegna fotografica. Nei primi scatti abbiamo la Sala dei Vizi e delle Virtù.

Dalla sala dei vizi e delle virtù del salone di Masnago, sebbene in foto appaiano rovesciate: l’Accidia (ossia il mio ritratto…), la Rettrice Rettitudine e la Pigrizia.


Particolare dell’Accidia.
Questi invece sono particolari dalla Sala degli Svaghi. Spicca la raffigurazione di una donna al cembalo (altri vi vedono un’arpa): probabilmente la stessa Maria Lampugnani, che – azzardo – a mio avviso impersona anche Accidia e diversi altre raffigurazioni simboliche, come era uso da parte delle nobildonne dell’epoca (una sorta di Lucrezia Borgia o di Simonetta Vespucci nostrana, insomma).


Maria e il consorte Giovanni impegnati in una cavalcata, forse una battuta di caccia.


Personalmente adoro questa rappresentazione tutta al femminile: Maria e due amiche (o parenti) sono a bordo di una barca e conversano amabilmente scambiandosi una rosa, che – vedrete nel particolare – è bianca e rossa. Il tema classico e denso di simbologia della navigatio, del vascello letterario, del ragionamento amoroso/ amicale in un tempo e uno spazio irreali (ricordate il sonetto stilnovistico Guido i’vorrei del giovane Dante?) viene declinato esclusivamente in toni muliebri. La rosa è chiaramente allusiva alla giovinezza, il tempo dell’amore virginale, il tempo della poesia appunto: accudire la rosa significava custodire il proprio amore per l’uomo giusto, diremmo oggi, senza sprecarlo in avventure poco significative e svilenti l’integrità e la totalità del sentimento amoroso, da riservarsi unicamente all’eletto.
Maria in quella navicella si era voluta far rappresentare nel dolce tempo di sua verde etate, in colloquio con sé stessa adulta? O la donna più giovane è una sua figlia alla quale Maria fornisce raccomandazioni sulla vita e sull’amore? Io propendo per la prima ipotesi (Maria era sicuramente madre ma di due figli maschi), così come mi pare chiara l’allusione al celeberrimo Roman de la Rose, in cui il protagonista-scrittore, Guillaume, deve percorrere assistito dalla Virtù varie stanze di un castello in cui viene messo ripetutamente alla prova prima di poter cogliere la rosa, di arrivare al suo Amore predestinato.
E’ lecito, per noi, pensare che Maria fosse davvero molto colta, e non solo sapesse di musica ma anche di poesia, e che fosse poetessa lei stessa, e quindi cantora e creatrice ad un tempo; e che proprio in quella sala componesse i suoi carmi per diletto o per distrarsi dalla noia di giornate uggiose come quella odierna, magari trascorse in casa ad attendere lungamente il consorte impegnato in battute di caccia o questioni diplomatiche o attendendolo tornare da una battaglia. Un personaggio straordinariamente moderno, questa donna varesina di altri tempi. Un personaggio assolutamente da conoscere, riscoprire e narrare.
Qui vi mostro la stessa scena, a fianco di quella muliebre, vista questa volta al maschile.

Completa la sala il particolare di una battuta di caccia, forse allusivo al mito ovidiano di Atteone. Qui entrano in gioco molte altre questioni, per mio conto letterarie, che mi riservo di approfondire e di raccontarvi in un altro momento. Per ora quindi mi fermo qui, preannunciandovi – come vi avevo già esposto all’inizio – che la visita del Castello di Maria e delle sue discendenti (fra cui Paola Castiglioni Litta, che tre secoli dopo vi ospiterà il Parini) è veramente solo agli inizi.

MUSEO DI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DI MASNAGO (VARESE)

Tutte le info (parcheggi, come arrivare con mezzi pubblici, orari, costo ingressi e visite guidate) sono disponibili al link ufficiale del Comune di Varese.