
In foto: Castello di Masnago, Sala dei Vizi e delle Virtù: l’Accidia (XV sec).
Nel Secretum, il dialogo di Petrarca composto sotto la suggestione delle Confessiones agostiniane, il personaggio di Augustinus fa compiere al protagonista Franciscus un esame di coscienza alla ricerca del suo peccato più pericoloso, che individua finalmente nell’accidia.
L’accidia è quello che Baudelaire chiamerebbe lo spleen, il male di vivere, la depressione insomma. Ecco, nella Giornata mondiale della salute mentale vorrei ammettere che questo peccato purtroppo mi appartiene da tanto tempo, forse sin da bambina, benché ne abbia preso coscienza solo di recente, durante l’epoca covidiana, e abbia deciso di prendere provvedimenti seguendo una terapia psicologica che fortunatamente è riuscita a farmi risollevare, quantomeno dal peggio cui ero sprofondata.
Chi la conosce sa che non è sempre presente: è un male latente, subdolo, purtroppo fondativo come un peccato originale, come il dolore del ritorno, ossia la nostalgia (bellissima la voce dedicata nel fondamentale Profili di Parole di Bruno Migliorini): come se mancasse sempre qualcosa, se ci si sentisse di un altro pianeta, e si respirasse continuamente una sorta di esilio da un lontano mondo perfetto e armonico che un giorno è stato nostro, ora non più. Chi soffre di questo morbo si sente spesso a disagio, crede di non avere le chiavi del presente, dell’hic et nunc, e pur avendo la cognizione delle proprie possibilità, indugia nel metterle in pratica, ad agire, come bloccato in una dimensione di prigioniero della propria fatica mentale e del proprio disagio esistenziale, e nella migliore delle ipotesi passa il tempo a rincorrere sirene per distrarsi da sé stesso e dalle proprie ossessioni, finendo in frantumi.
Sparsa fragmenta recolligam, promette Francesco al santo che gli intima di tornare all’integrità psicologica, senza farsi distrarre dalle vanità del mondo. Raccoglierò i miei frammenti sparsi, ma prima – ammette lo scrittore – ho da fare altre cose in questo mondo. Ad esempio, cercare conforto scrivendo poesia.
Anch’io ho iniziato da qualche tempo a farmi confortare dalla poesia, ricominciando a leggerla, a studiarla, a farne una dimensione del quotidiano. Per questo nel pezzo che ho mandato al Calandari per il 2025 esordisco con una poesia. Ho messo veramente tanto cuore in questo lavoro, forse perché la sua collocazione spaziale e temporale è nel mondo della follia, che ho seguito negli archivi varesini e non solo per tre lunghi anni. Un mondo che non conoscevo e col quale ho familiarizzato mio malgrado proprio a partire dal 2020, intercettando varie storie a mio avviso esemplari. Non è stato facile occuparmi di questo proprio in quegli anni, però è stato tutto sommato consolatorio, assieme al supporto psicologico che ho intrapreso e al rinnovato viaggio letterario in università, ma di questo magari parlerò una prossima volta. In quel periodo di clausura coatta per tanti, per le donne in particolare, etichettate come inutili se non possedevano un lavoro che fosse di sostegno per la società – come se la donna casalinga non lo fosse stato, sostegno della società durante il covid! – , magari come me che avevano perso il lavoro da poco loro malgrado, il rifomularmi come studiosa di storie dimenticate a cui dare voce e dignità mi ha veramente aiutata a non scomparire del tutto nella considerazione di me stessa, quando appunto ero più vulnerabile in assoluto, preda ambitissima dell’accidia che si manifesta più bellicosa quando si è indeboliti dall’isolamento sociale. E per me che avevo vissuto una splendida stagione di attivismo cronistico e civico in Varese sino a pochi mesi prima, per poi improvvisamente cadere a terra, trovarsi a familiarizzare coi reietti varesini di cento o duecento anni prima è stato davvero un attimo. Loro sono e saranno sempre i miei personaggi più belli, quegli ultimi che nessuno considera, nessuno vuole, nessuno scrive.
Io, invece, sì.

(in foto: il convento dell’Annunciata ad Abbiategrasso, dove si ambienta per nove lunghi anni la mia storia di cui sopra).