
In foto: “Pastello Bianco”, ritratto di Emiliana Concha de Ossa, realizzato da Giovanni Boldini nel 1888.
Lo ammetto: quando ieri pomeriggio da via Bolchini facevo il mio ingresso nel parco di Villa San Martino percorrendo in auto il lungo viale alberato che conduce alla sontuosa dimora, tutto m’aspettavo tranne che avrei trovato, fra i numerosi dipinti convenuti da altrettante collezioni private, proprio Emiliana, anzi quella Emiliana ad aspettarmi, con la sua suggestiva storia che mi affascina da anni.
I quadri esposti sono veramente molti e molto ben assortiti, tutti legati alla corrente della Belle Epoque e dell’Impressionismo, di cui si celebra nel 2024 l’anno internazionale. Il giovane sindaco Lorenzo di Renzo Scolari, felice congiuntura astrale in terra bosina di preparazione politica e culturale, mi aveva preannunciato, salutandomi all’ingresso, di aver fiutato la golosa occasione per la sua Barasso già da tempo, sin dall’allestimento al Castello di Novara (a cui le opere, da lui richieste, dovranno poi far ritorno). Un atto coraggioso, quello di aver voluto portare grazie all’accordo con METS Percorsi d’Arte1 un po’ di Ferrara in terra varesina, gli ho riconosciuto complimentandomi: coltivo da tempo un sogno nel cassetto, ossia mettere in rete le città estensi tutte (come credo si sarà ormai capito leggendo questo mio blog). Arrivata sul tardi, ho preso parte all’ultima visita guidata della giornata, che si avviava verso le 17.20.
Ad accogliere nel giardino della villa, nei pressi della piscina, il piccolo gruppo di visitatori di cui facevo parte, due gentili guide universitarie, studentesse di storia dell’arte, preparate e garbate, che ci hanno introdotto alle opere e alle loro relazioni con gli ambienti della villa. E qui la prima sorpresa: la storia dell’edificio, Villa San Martino, che “dialoga perfettamente con le opere esposte”, come è stato giustamente riconosciuto da Francesca Caruso, assessore alla Cultura di Regione Lombardia2. Progettata da Tommaso Buzzi in stile Art Déco, l’elegante residenza che in ogni angolo rivela la sua dedicazione al santo patrono di Barasso3, venne costruita fra 1939 e 1941 come dimora di campagna della famiglia Campiglio – Necchi e divenne il rifugio della stessa durante le vicende belliche, per poi trasformarsi in cenacolo culturale animato dalla coppia dei proprietari (fra gli altri, la villa ospitò anche Maria Gabriella di Savoia).
Non voglio dilungarmi troppo a scapito della pazienza del mio lettore, anche se in particolare sui coniugi Angelo Campiglio, medico prestato all’imprenditoria, e Gigina Necchi farei scorrere fiumi di parole, come si meriterebbe la coppia che scrisse la storia delle macchine da cucire4. Però una cosa voglio dirvela: è come se nel filo di questa moderna narrazione affidata oggi alle sale di Villa San Martino5 , in maniera del tutto originale risuonasse la voce degli antichi proprietari, collezionisti di opere d’arte e mecenati, loro che di trame e fili e intrecci veramente se ne intendevano. Così, fra un capolavoro di De Nittis e uno di Zandomeneghi, passando per Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Tranquillo Cremona, Girolamo Induno, Ettore Tito… (le celeb in esposizione sono veramente tante!), ci si stupisce di come le sale armonizzino con i quadri esposti, fra l’altro – va detto – selezionati appositamente nelle tematiche e nella cromia in linea con il periodo autunnale dell’esposizione. Un’armonia che si fa davvero colloquio, fra le opere e con l’ambiente, e naturalmente con il fruitore.




Nelle foto in alto: alcuni scatti della Villa dal fuori; la scrivente col sindaco di Barasso, ideatore della mostra.
E a questo punto il vero colpo di scena, che in realtà è presentato quasi all’inizio del percorso, ma per essere meglio digerito dal visitatore che lo comprenderà, probabilmente, una volta assimilata tutta la rassegna coi relativi rimandi. Sto parlando proprio di lei, di Emiliana, meglio nota come Pastello Bianco6, come è stato ribattezzato dalla critica: il primo di una serie di diversi ritratti di Emiliana Concha Suber – Caseaux, maritata De Ossa, ma solamente un anno dopo aver posato per la prima volta per Giovanni Boldini, nel 1888. Pastello relativamente alla tecnica utilizzata su carta applicata a tela, raffigurante la dama a figura intera e grandezza naturale; bianco per i toni nei quali viene immortalata la giovane nobildonna cilena, all’epoca ventiseienne, successivamente rappresentata nei toni del rosa (Pastello rosa). Un quadro particolarmente celebre7, iconico ed evocativo, che si presta a numerose interpretazioni e letture, ragionando sulla storia d’amore probabilmente intessuta coll’affascinante pittore conosciuto a Parigi (di vent’anni più anziano di lei), dove ormai il ferrarese si era trasferito da tempo, e che si era invaghito al punto di lei da farle dono della copia perfetta (sempre in pastello ma questa volta su lino) del primo ritratto, perché l’originale volle sempre tenerlo in studio con sé: quest’ultimo, donato alla sua morte dalla vedova alla Pinacoteca di Brera e tuttora lì esposto, mentre noi a Barasso possiamo ammirare appunto la copia posseduta da Emiliana, il suo specchio giovanile insomma, oggi appartenente ad una collezione privata.
Un’opera, insomma, che ci restituisce molto di più di un dialogo a distanza fra l’autore e la sua opera: ci parla di quanto sia difficile separarci dai nostri personaggi, dei quali sovente ci innamoriamo, e restiamo innamorati del loro archetipo, mentre essi hanno imparato a vivere, assieme all’opera, di vita propria. Ma le sorprese non sono finite: perché questo è proprio il quadro che Boldini volle dialogante per definizione con le altre sue opere, in primis, con la Giovane signora in nero che osserva il Pastello bianco (Ferrara, Museo Boldini, purtroppo tuttora chiuso per restauri), in cui una dama vestita di nero vista di spalle osserva proprio il dipinto di Emiliana nell’atelier del pittore: probabilmente la stessa Emiliana interrogante sé stessa, in un abbigliamento che potrebbe far pensare ad una doppia natura di lei, come la donna angelo che si fa petra, ritrosa, dura, per dirla con Dante, laddove il bianco è simbolo di purezza, il nero è il colore del lutto, della separazione, della negazione, dell’assenza. Come faceva notare la gentile guida – che ringrazio – durante la visita, Pastello Bianco (che potrebbe nascere in ossequio alla Dame Blanche di De Nittis) ha un’altra particolarità che veramente segna la cifra dell’esposizione: la cornice, che è autentica, ossia quella che sempre fu della copia tenuta da Emiliana oggi in mostra a Barasso, è riprodotta sul margine della porta retrostante la giovane: un gioco ulteriore di specchi, una vera e propria mise en abîme dell’opera in sé stessa, un colloquio interno dove la narrazione del quadro diventa archetipo per una narrazione interna tutta da scoprire: e per me che sto seguendo (purtroppo a distanza) un seminario internazionale sul Boccaccio dall’Università dell’Aquila proprio in queste ore, è abbastanza naturale, mentre scrivo questo pezzo, pensare all’archetipo narrativo della cornice per eccellenza: per la verità il Decamerone ne applica tre di tre tipi diversi, ma ne parleremo un’altra volta, a meno che suggestivamente dobbiamo attribuire a Boldini un colloquio affettivo col Boccaccio: il che può essere, avendo lui studiato da giovinetto a Firenze e stante la comune, immensa e dichiarata passione per l’elemento femminile. In ogni caso in questo quadro risiede, come dicevo all’inizio, la chiave interpretativa della mostra stessa nel suo complesso: un vero e proprio coup de génie degli allestitori, a mio avviso.
Post scriptum. Siccome, come giustamente diceva Madonna Oretta, più o meno!, la bellezza sta nel viaggio, e se uno lo racconta male poi finisce che riesca pure a rovinarlo, la chiudo qui per non cadere in trappola e prenderò presto a raccontarvi un’altra storia. Nel frattempo godetevi le foto e mi raccomando, se andate a Barasso, salutatemi caramente la mia amica Emiliana, alla quale ormai sono davvero molto affezionata.

In foto: uno dei primissimi quadri, La lavandaia, Ettore Tito. Assieme ad Emiliana, il mio “personaggio” preferito.

In foto: gli interni di Villa San Martino con un malinconico ed esiziale Pellizza da Volpedo.

In foto: l’”altro” Boldini (vedi nota 6)

In foto: un dipinto iconico del Risorgimento visto da Gerolamo Induno, La medaglia.

In foto: ancora Gerolamo Induno, Monte di Pietà: è il dipinto che chiude l’esposizione. Da notare il quadro che la ragazza va ad impegnare, elemento suggestivo e simbolico in dialogo con San Martino dei poveri e naturalmente con l’autore medesimo.
- L’ente organizzatore della mostra di Barasso e delle due precedenti mostre al Castello di Novara: “Ottocento in Collezione, dai macchiaioli a Segantini” del 2018 e della più recente “Boldini, De Nittis et lei Italiens à Paris”.
↩︎ - Regione Lombardia è ente patrocinante assieme a Provincia di Varese, Camera di Commercio, Fondazione Cariplo e Università degli Studi dell’Insubria, che ha fornito anche un contributo tecnico – scientifico. Numerosi gli sponsor a partire da Clinica ISBER e Savinelli Pipe. Ulteriori info disponibili sul sito di Barasso in Arte. ↩︎
- La famiglia Campiglio sviluppò nel corso della sua storia un singolare legame verso il santo dei poveri, il cui nome ricorre sin dal soggiorno argentino di Angelo in Calle San Martin, per poi riaffiorare nella sua residenza di via San Martino a Pavia, città dove conobbe Gigina, classe 1901, studentessa universitaria più giovane di lui di dieci anni; infine la scelta del rifugio dell’anima sulle colline di Barasso, protetti dall’egida del Santo titolare della chiesa e della piazza locali.
↩︎ - La coppia Gigina Necchi e Angelo Campiglio elesse come residenza principale la villa di via Mozart a Milano, progettata dall’architetto Portaluppi e donata al FAI nel 1995.
↩︎ - La mostra, inaugurata il 13 ottobre, resterà visitabile sino al 3 novembre, dal lunedì al giovedì dalle 14:30 alle 18:00, il venerdì dalle 14:30 alle 18:00 e anche in orario serale dalle 20:00 alle 22:00, il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:00, con prenotazione per le giornate di venerdì, sabato e domenica.
↩︎ - Di Boldini è presente anche, di età matura, il ritratto della Contessa di Gunzbourg, che personalmente mi piace di meno di Emiliana, ma pazienza.
↩︎ - Venne presentato nel 1889 all’Esposizione Universale di Parigi. ↩︎